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ArenGO
La piazza dei Socialisti e dei Liberali repubblicani - Gianluca Olivero, direttore
 
 

Punto d'incontro libertario fra Socialisti e Liberali nel segno del Repubblicanesimo italiano
ECONOMIA
28 aprile 2010
LA GRECIA NON FALLIRA'
                                  

La questione greca si sta sempre più caratterizzando come il punto cruciale della storia economica contemporanea: da una parte un baratro che rischia di far scivolare in sé tutta l’economia europea e, di conseguenza, quella mondiale; dall’altra un piccolo sentiero impervio e in salita, che però conduce ad una radura fiorita. Sapranno gli uomini forti che tengono in mano le redini dell’economia e della finanza svoltare nella direzione giusta?

Svoltare, certo, perché una svolta non è solo auspicabile, ma, in questa situazione, incombente e necessaria. Si tratta, appunto, di svoltare nella direzione esatta: non chiudersi in un irragionevole protezionismo, ma neanche lasciarsi prendere da un furore troppo liberista. È necessario, invece, stabilire poche ma chiare regole che ostacolino una speculazione senza limite e senza etica e che rendano i complessi meccanismi finanziari globali più trasparenti e più alla portata dei piccoli investitori, che si ritrovano a navigare a vista in un mare di squali. Soprattutto, è necessario rendere la finanza maggiormente indipendente dalla carta e più fondata sulla terra, sul lavoro, sulla produzione, sull’economia reale.

Ma non voglio fornire ricette miracolistiche per uscire da questa crisi. A ciò penseranno studiosi, economisti, politici, uomini di governo che hanno sicuramente più carte e più competenze di un povero studente di Liceo scientifico come me.

Non voglio né ho l’arroganza di farlo. Intendo, invece, cercare di tranquillizzare coloro che hanno investito i risparmi di una vita sperando nella ripresa e che, oggi, vivono in un momento di panico. Perché la paura è cattiva consigliera e può portare a compiere azioni scellerate e, queste sì, veramente dannose per i propri risparmi, piccoli o grandi.

In questi giorni i titoli greci sono crollati sotto una pioggia di notizie, illazioni, congetture che hanno creato una situazione di tensione e di sfiducia: voci di default immediato, proposte di tagliare del 25% il debito pubblico del Paese facendo pagare una gestione scellerata ai creditori, abbassamenti di rating da parte delle più quotate agenzie, tassi che crescono a dismisura evidenziando il pericolo d’insolvenza della Grecia…

La situazione è drammatica? Certo, non lo si può negare. È drammatica, ma non senza via d’uscita.

Nel 1992 l’Italia fu colpita da una crisi che, sotto certi aspetti, può ricordare quella greca, soprattutto perché i titoli di Stato iniziarono ad avere tassi esorbitanti – robe intorno al 11-12% all’anno. La situazione venne risolta con un’azione incisiva da parte del Presidente del Consiglio Giuliano Amato, che portò ad una forte svalutazione della lira ma che almeno salvò il Paese dal fallimento.

Oggi un’operazione del genere non sarebbe più possibile, in quanto la Grecia non può più avvalersi di una moneta nazionale, ma è entrata a far parte a tutti gli effetti dell’Eurozona. E non esiste la possibilità di svalutare l’euro.

D’altro canto, però, proprio appartenendo all’Eurozona, la Grecia ha un’economia strettamente legata con quelle degli altri Paesi europei che utilizzano l’euro come valuta corrente. Un eventuale default, o fallimento che dir si voglia, dell’economia greca intaccherebbe fortemente anche quei Paesi: si è potuto notare una piccola avvisaglia di ciò con il declassamento del rating – punteggio che indica la stabilità e la solvibilità di un titolo emesso da un determinato ente – anche del Portogallo. Certamente, i primi Paesi ad essere colpiti sarebbero quelli che presentano una grande fragilità economica: Portogallo, appunto, ma anche Spagna, Slovenia, Austria, Cipro, Irlanda. E, in secondo luogo, il Regno Unito, l’Italia, la Francia. E la stessa Germania, che sembra così restia ad aiutare e a finanziare.

Con un crollo dell’economia europea, si determinerebbe un’enorme flessione anche in America, in Asia, nel mondo. Sarebbe la fine del capitalismo e dell’era globalizzata.

Tutto questo scenario catastrofico per sottolineare il fatto che è nell’interesse di tutti cercare di “spegnere l’incendio che ha colpito la casa del vicino”- come ricordato dal MEF Giulio Tremonti.

La Grecia, pur essendo vicina all’orlo del baratro, pur essendosi già sbilanciata ed essendo precipitata di qualche metro in quel baratro, troverà una mano che la soccorrerà. Che la trascinerà su un elicottero, la rimetterà in sesto e poi chiederà conto.

                                                                                      Gianluca Olivero


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POLITICA
25 aprile 2010
MIO NONNO ERA UN PARTIGIANO!!!
         

Quando le pagine del calendario incominciavano ad avvicinarsi sempre più velocemente al 25 aprile, gli occhi verdi di mio nonno iniziavano a diventare lucidi; di tanto in tanto una lacrima percorreva i solchi scavati dal tempo sul suo viso fino a giungere a quelle labbra da cui pendeva la mia curiosità di bambino.

E, con un lieve sorriso, iniziava a raccontare storie di un’altra epoca, così remote da sembrarmi una favola, frutto della sua infinita fantasia.

Raccontava storie di eroi, di armi e di amori. Ma anche di guerra, di odio e di violenza, di oppressione e di ingiustizia. Vicende che avevano come protagonisti uomini e donne comuni, che il destino o, se preferite, il caso aveva catapultato nella Storia, in un momento certamente non felice, ma che loro erano determinati ad archiviare. Per costruire qualcosa di migliore per i loro figli.

Chiudeva gli occhi, si accomodava sulla poltrona e, accarezzandomi, iniziava a raccontare. La sua giovinezza, quando era diventato Partigiano della Resistenza.

Suo padre, Giuseppe Allasia, era il proprietario ed il gestore di una piccola locanda che, da alcuni mesi, dava ospitalità nelle stalle ad un piccolo gruppo di partigiani. Le voci, però, erano circolate e le Brigate Nere avevano iniziato a tenerlo d’occhio.

La sua vita di onesto lavoratore andava avanti nell’ansia, fino a quando la temuta notizia arrivò: una convocazione per il giorno successivo nella Caserma “Muti” di Savigliano (CN), sede locale di quelle Brigate repubblichine che spadroneggiavano nel cuneese. Giuseppe Allasia, mio bisnonno, era già anziano e malato: un “colloquio” con i brigatisti non avrebbe di certo giovato alla sua salute.

Come nelle famiglie di nobili origini, fra le famiglie contadine delle nostre pianure era diffusa l’abitudine di chiamare il primogenito maschio con lo stesso nome del padre. Ed è così che mio nonno aveva la fortuna – o la sventura?- di chiamarsi Giuseppe.

In uno dei suoi slanci di altruismo e di voglia di fare, si vestì di tutto punto con l’abito delle grandi occasioni e si presentò, puntuale come un orologio, nella caserma di Savigliano: avevano convocato Giuseppe Allasia; lui era Giuseppe Allasia.

Lo fecero entrare e, prima del colloquio, lo fecero accomodare in un piccolo e umido sgabuzzino con minuscole finestrelle a sbarre.

Attese un paio d’ore, guardando i graffiti sui muri di quelle persone che avevano trovato ospitalità in quel luogo dannato prima di lui, che avevano cercato di non perdere la cognizione del tempo. Scritte disperate di persone che chissà quale fine avevano fatto.

A questo punto, il racconto iniziava a farsi confuso. Alcuni militari – alcuni delinquenti in divisa militare – erano entrati nella cella e lo avevano trascinato nel cortile, dove l’aria fresca avrebbe reso più piacevole la conversazione.

Lo avevano fatto accomodare su un asse di legno o su una pietra – non ricordo più molto bene – e avevano iniziato a bastonarlo, chiedendogli ripetutamente ed insistentemente di rivelare i nomi e i nascondigli di quei partigiani che si rifugiavano a Monasterolo (il paesino in cui vivo).

L’orgoglio di mio nonno era stato più tenace del dolore fisico e quei nomi non erano usciti dalle sue labbra.

Svenne più volte durante quel colloquio e venne più volte soccorso da una donna, di cui non ha mai saputo il nome, che lo rianimava rinfrescandolo con un’acqua mai così tanto gradita.

Quando i brigatisti si rassegnarono e lo liberarono, mio nonno fuggì in montagna, nelle splendide e inespugnabili valli della nostra provincia. Entrò in stretto contatto con gli ambienti partigiani che lottavano per liberare l’Italia dall’invasione straniera e, animato da quell’amore platonico per la libertà che gli ho sempre invidiato, iniziò a militare fra le loro fila, nome di battaglia “Pantò”.
Iniziò un periodo difficile, di cui non parlava mai molto volentieri. Ma i grandi ideali che lo animavano, primo fra tutti il desiderio di difendere la terra che era stata dei suoi genitori e dei suoi nonni, e la sua grande tenacia lo sostennero e lo stimolarono a non mollare. Sempre con il sorriso sulle labbra, sempre pronto a scherzare e a prendersi gioco dei suoi compagni e dei suoi superiori.

Quando arrivò il 25 aprile, lacrime di gioia bagnarono i suoi occhi verdi. La fine di un incubo.

Fra cortei festanti e gioiose parate militari, mio nonno riuscì a chiedere la mano a mia nonna, suo unico grande amore, e ad iniziare una vita felice in quell’Italia che anche lui aveva contribuito a fondare e costruire, come partigiano e, poi, come attivista repubblicano per la campagna del primo referendum a suffragio universale. Come Italiano.

Ora, le pagine del calendario si stanno avvicinando sempre più velocemente al 25 aprile. E i racconti di mio nonno sembrano sempre più lontani, eppure sempre così vivi nella mia memoria.

Mio nonno era un Partigiano.

Viva l’Italia libera,

                                                                                                      Gianluca Olivero


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POLITICA
22 aprile 2010
Costruire con Gianfranco Fini l'alternativa Gollista e liberaldemocratica
 dell'amico LUCA BAGATIN

                                                     
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Da oltre un anno Gianfranco Fini si sta muovendo per l'alternativa.
L'alternativa a che cosa ?
Ad una maggioranza di governo capitanata - "ad interim" - da un Silvio Berlusconi che, checchè ne dica, è al traino di una Lega Nord conservatrice e statalista.
Un Silvio Berlusconi neo-filo-sovietico amico di Putin e di Gheddafi in chiave anti-occidentale.
Un Silvio Berlusconi che ha selezionato la sua classe dirigente sulla base più del "sex appeal" che delle reali competenze politiche.
Un Silvio Berlusconi che, da troppo tempo, ha dimostrato di non voler fare alcuna riforma liberale e garantista del mondo del lavoro e della giustizia.
Gianfranco Fini è passato dunque al contrattacco fondando prima un "think-tank", Fare Futuro, ed oggi una corrente interna al PdL.
Ovviamente ci aspettiamo molto, ma molto di più.
Il PdL non è un partito, ma un "comitato d'affari" al pari del suo omologo Pd. Non ha un'ossatura ideale né tantomeno un progetto politico di ampio respiro.
Gianfranco Fini, è vero, proviene dalle file del principale partito della destra italiana. Un partito, il Msi prima e An poi, che certo non ha mai avuto nulla a che spartire con la destra liberale europea.
Purtuttavia, poiché solo i cretini non cambiano mai idea, Fini ha dimostrato di essersi evoluto sia ideologicamente che politicamente.
A differenza dei cattocomunisti, ha abiurato in toto al suo passato postfascista e ha contribuito - già con An - a dare un'impronta gollista al suo partito. Il che, infatti, gli è costata la scissione dei fascisti della destra sociale di Storace e della Santanchè.
Oggi Gianfranco Fini ed i suoi fedelissimi mirano alla costruzione di un partito moderno, laico, gollista e di destra liberale. Che guarda a Sarkozy, a Cameron e persino ai Liberaldemocratici inglesi.
In questo senso, infatti, sarebbe utile una spaccatura costruttiva del PdL, come sostengo da tempo, per la costruzione di un'alternativa liberal-moderata alla conservazione esistente.
Un'alternativa capace di attrarre non solo i voti di quanti non si riconoscono nell'attuale leadership berlusconiana, ma anche di coloro i quali non vanno più a votare o sono delusi dall'attuale centrosinistra.
In questo senso, Fini, potrebbe costruire un suo movimento politico che da subito potrebbe attrarre - approssimativamente - il 10% dell'elettorato. E partire con la costruzione di una nuova coalizione di centro-destra (con il trattino !) in alternativa alla Lega ed a Berlusconi, ma anche, certamente, all'ormai marginalissimo Pd.
Una coalizione che potrebbe contare sul sostegno dell'Udc di Casini e dell'Api di Rutelli e Tabacci, alla quale si sono già aggregati anche i liberali di Zanone.
E a noi laici, repubblicani del PRI, liberali del PLI e - se lo volessero - anche i Radicali, non rimarrebbe che costituire un rassemblement denominabile, preferibilmente, "Unione Liberaldemocratica" a sostegno dello stesso Gianfranco Fini.
Forse corro troppo con la fantasia, ma ritengo che una coalizione a quattro (Movimento di Fini, Udc, Api, Laici-Libdem) di tal fatta potrebbe certamente scompaginare i giochi e puntare a rappresentare quasi un terzo dell'elettorato.
Coalizione unita su pochi ma condivisi punti programmatici: politica estera filo-occidentale senza tentennamenti o connivenze con dittature o presunte tali; politica di integrazione dell'immigrazione con il riconoscimento dei diritti di cittadinanza, ma anche di rigore nei confronti dei clandestini; politica economica di sostegno alle piccole e medie imprese che miri alla detassazione dei redditi ed all'erogazione di congrui ammortizzatori sociali; riforma della giustizia che punti alla separazione delle carriere dei magistrati ed alla responsabilità civile del giudice ed alla spoliticizzazione del CSM; abolizione delle Province, dei consorzi, delle comunità montane ed accorpamento dei piccoli comuni.
Con Gianfranco Fini leader ed una sinergia fra moderati, laici e liberali, tutto ciò, forse, sarà possibile. Diversamente, la stagnazione regnerà sovrana.

Luca Bagatin
 
www.lucabagatin.ilcannocchiale.it



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POLITICA
1 aprile 2010
Una riflessione sulle elezioni regionali...
                

L’Italia è sempre stata il Paese delle fazioni, un Paese dove la logica bipolare ha sempre raggiunto l’estremo fino a degenerare in situazioni radicali e, in alcuni casi, paradossali. Salvo poi

accorgersi della pericolosità degli effetti che queste situazioni potevano causare.

L’Italia è stato il Paese della lotta fra ottimati e popolari, fra guelfi e ghibellini, fra monarchici e repubblicani, fra comunisti e democristiani, fra interisti e juventini, fra nordisti e sudisti. E gl’Italiani non hanno ancora dimenticato questa logica così estremamente competitiva, divisoria, che impedisce di ragionare liberi da pregiudizi di sorta.

È comodo semplificare a tal punto la propria esistenza da poter distinguere solamente il bianco ed il nero, che, scientificamente ed artisticamente parlando, non sono nemmeno colori. E, infatti, ogni uomo ha sempre cercato di organizzare le proprie conoscenze e le proprie esperienze secondo criteri bipolari: giusto o sbagliato, bello o brutto, buono o cattivo, etc. Già per i Pitagorici il mondo era retto proprio grazie alla contrapposizione binaria di elementi opposti, finito o infinito, pari o dispari. E la tecnologia moderna, il computer si reggono tutti su un principio binario: chiuso o aperto, on o off.

Il problema è che una visione del genere non tiene per nulla conto delle circostanze, del contesto, dell’ambiente in cui un evento ha luogo. Ed è quindi una visione miope della realtà.

Mi scuso se ho divagato in questioni filosofico-esistenziali per effettuare un’analisi sui risultati di queste elezioni regionali e sugli avvenimenti che li hanno influenzati, ma credo che questo eccesso di bipolarismo nelle menti e nei comportamenti degl’Italiani sia l’elemento fondamentale di questa tornata elettorale e la causa di quella grande disaffezione che è emersa dal forte astensionismo.

Dicevamo, l’Italia è un Paese profondamente diviso, nonostante a breve si celebrino i centocinquant’anni della sua Unità. Diviso sia socialmente ed economicamente, con fratture accentuate ancor più dalla recente crisi economica, sia soprattutto politicamente.

Le divisioni politiche, però, - ed è questa l’anomalia tutta italiana- non nascono da divergenze di opinioni, bensì dalla stima o dall’odio nei confronti di un uomo carismatico, che è riuscito a far ruotare attorno alla sua persona tutto il panorama politico nazionale. Così, queste elezioni che dovevano essere di ambito regionale, che dovevano riguardare quella sfera amministrativa che interessa da vicino ed in prima persona i cittadini, si sono trasformate in un referendum sull’operato di quell’uomo carismatico, perdendo di vista i veri obiettivi su cui bisognava concentrarsi per concedere il proprio voto.

Ed il voto è stato quasi svenduto per la propria appartenenza a questa o a quella bottega, a questa o a quella fazione, a seconda dei propri sentimenti viscerali nei confronti di Berlusconi e del suo governo. Poco hanno importato i programmi, le proposte, le idee, le aspirazioni.

Poi, a fianco di questi sentimenti da stadio, di questa tifoseria senza se e senza ma, è andata affermandosi la disaffezione. Lo sconforto, il senso d’impotenza.

Quello sconforto di chi non vede in nessun candidato un rappresentante serio delle proprie idee, quella disaffezione di chi sa che non potrà far contare in nessun modo la sua opinione, quel senso d’impotenza di chi si è reso conto che la nostra democrazia è in realtà governata dai mal di pancia delle masse e non dalla ragione e dal pensiero di chi sa ragionare e pensare.

Il vero vincitore di queste elezioni è stato proprio, checché se ne dica, l’astensionismo. E ciò è segno che qualcosa non va, sia nel modo di organizzare la politica, sia soprattutto nel modo di vederla e di sentirla. Quando i cittadini non si sentono rappresentati da una classe politica e da i mille artifici plebiscitari che la tengono in piedi è segno che quella classe politica e quei mille artifici devono essere cambiati. Non che quella classe politica e quei mille artifici devono cambiare i cittadini.

Viva l’Italia,

                                                                                  Gianluca Olivero

www.arengo.ilcannocchiale.it
 




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POLITICA
8 marzo 2010
Auguri a tutte le donne. Ma c'è ancora tanto da fare.

Giornata della donna 8/03/2010
AUGURI A TUTTE LE DONNE!

 

C'E' ANCORA TANTO DA FARE
Di Pia Locatelli

www.partitosocialista.it 

Otto Marzo: una festa che è diventata di tutte e di tutti, ma ancor pur sempre una festa dell'impegno politico e civile, come il primo maggio. Come la festa del lavoro, anche la giornata delle donne nasce dal movimento socialista, e nasce internazionale. L'otto marzo 1908 era stato il giorno del “Pane e delle Rose”: 15 mila donne di New York per chiedere pane, cioè lavoro e salario, ma anche rose, cioè tempo libero, diritti per l'infanzia, dignità e rispetto. A Copenhagen, nel 1910, un congresso internazionale di donne socialiste proporrà una giornata internazionale, sancita definitivamente nel calendario in ricordo di New York e della...rivoluzione russa, si ma quella di febbraio (marzo per gli ortodossi) che nessuno oggi ricorda, abdicazione dello zar e voto alle donne, speranze di libertà prima del capolinea del più famoso Ottobre.
L'Otto Marzo in Italia non è stata subito una festa importante: lo è forse dagli anni settanta, quando diventò un giorno di cortei. Era il periodo in cui rappresentarsi in pubblico era un gesto di liberazione, come indossare abiti non convenzionali, buttando via quelli che le donne sentivano ormai lontani dal loro modo di essere, buoni solo per una commedia sociale i cui ruoli erano stabiliti dai maschi. Sono gli anni del nuovo diritto di famiglia, del referendum contro l'abolizione del divorzio e poi della legge sulla interruzione volontaria della gravidanza; sono gli anni in cui, tra un corteo e l'altro, cambia il costume, si può essere, finalmente, liberamente donne (né puttane né madonne, che sollievo).
Negli anni ottanta sembra ormai fatta: le più giovani sbuffano, ai cortei non vengono più. “Ritorna la seduzione” titolano le riviste femminili, come arma della donna liberata e non più recita a beneficio del maschio. E va bene così, ben venga un po' di leggerezza, che l'otto marzo diventi il giorno delle mimose e delle serate tra amiche. Anche il tema delle quote, che pure si è affermato in Europa, viene snobbato, le donne pensano di avercela fatta, il femminismo sembra storia.
Ma oggi dobbiamo dire che quella sicurezza era imprudente. Le donne hanno continuato a progredire ma la loro marcia, che sembrava trionfale, si è fatta faticosa, millimetrica: i “soffitti di vetro” erano lì, durissimi. Ho visto nuove giovani donne, in questi ultimi anni, sbuffare per la frivolezza dell'otto marzo, ormai banalizzato in spogliarelli maschili e pubblicità di regali, mentre la vita si faceva sempre più dura, tra precarizzazione del lavoro e nuovi gallismi, pane “a progetto” e rose ancora proibite per le madri singole, le donne infertili, le ragazze vittime della pressione che le vuole tutte letterine o veline.
Pane e rose: le donne sembrano saper mescolare politica e vita, ragioni del pubblico e ragioni del privato, in modo che arricchisce entrambe le sfere, vissute invece dagli uomini con troppo rigida divisione.
Anna Kuliscioff, di cui forse tante giovani donne non hanno mai sentito il nome, rimane per me il simbolo di questo modo di vivere l'impegno pubblico, non come sacrificio dei sentimenti ma come unione di cuore e ragione, libertà e felicità. E non ricordo a caso questa figura: è il ricordo di una, oggi diremmo, extracomunitaria, morta a Milano nel 1925, che trovò in questa città una nuova patria. Cosa avrebbe pensato vedendo la Milano di oggi pronta ad espellere famiglie extracomunitarie se il capofamiglia perde il posto di lavoro a causa della crisi? E cosa penserebbe lei, che lottò tutta la vita per il suffragio femminile, scoprendo che, a oltre 60 anni dal voto alle donne, soltanto una su cinque parlamentari è donna? E cosa direbbe delle donne lombarde rappresentate dalle veline?
Buon otto marzo, c'è ancora tanto da fare.

Pia Locatelli

www.partitosocialista.it
www.pialocatelli.it


Documento Giornata Internazionale delle Donne 2010 - Internazionale Socialista Donne 



http://www.partitosocialista.it/Portals/PartitoSocialista/Documents/DichiarazioneSIWaidsmar10.pdf





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politica interna
4 marzo 2010
La corruzione è aumentata all'indomani della falsa rivoluzione di Tangentopoli. Come previsto.

                                                 by Luca Bagatin

www.lucabagatin.ilcannocchiale.it 



La corruzione è aumentata.
Abbiamo scoperto l'acqua calda.
In realtà non è mai diminuita, come invece certi media averebbero voluto farci credere all'indomani della falsa rivoluzione di Tangentopoli.
Ieri, i partiti - tutti i partiti - in realazione al loro peso elettorale ed alla loro penetrazione nelle amministrazioni locali, "estorcevano" tangenti.
Nei sistemi più vari e a tutti noti. Noti allora come oggi. Anzi, più di oggi: sia alla magistratura, sia agli imprenditori dell'epoca.
Fu un sistema costruito all'indomani della ricostruzione postbellica, nel 1946, e possibile solo in un Paese ad economia dirigista ed anti-liberale come il nostro.
Un Paese che mise in piedi le Partecipazioni Statali, una tv di Stato con ben tre reti televisive, un apparato sindacatocratico e burocratico pesantissimo e che permeava tutta la società italiana.
La corruzione nacque così, per volontà in particolare dei due partiti più forti: Dc e Pci. L'uno finanziato dagli USA, dal sistema delle Partecipazioni Statali e dal sottogoverno; l'altro dalla dittatura sovietica, dal sottogoverno locale e dalle cooperative rosse.
Il sistema radiotelevisivo, poi, fu letteralmente "lottizzato", come si diceva allora: un pezzo alla Dc, uno al Psi e l'altro al Pci.
L'egemonia culturale, editorale e cinematografica - come voleva Gramsci, del resto - fu occupata poi dal Partito Comunista Italiano, con il beneplacito della Dc.
E gran parte dei magistrati che si formarono negli anni '70, provenivano dalle file dello stesso Pci.
I partiti laici più piccoli, Psi in testa - certo - si industriarono a loro volta e a loro volta si insinuarono in quel sistema "corrotto".
Corrotto quanto si vuole, ma che riuscì a garantire la democrazia nel nostro Paese, una certa stabilità economica (persino un boom economico negli anni '50 e '60) e via via l'abbattimento dell'inflazione e il riconoscimento del Made in Italy nel mondo.
Un sistema abbattuto da inchieste a senso unico: molte delle quali finite in assoluzione (sono recenti le assoluzioni con formula piena dell'allora democristiano Calogero Mannino e del compianto Segretario socialdemocratico Antonio Cariglia).
Abbattuti così i partiti democratici: Dc, Psi, Psdi, Pri e Pli; modificata la legge elettorale in senso maggioritario (andando contro la Costituziuone che prevede tutt'ora un sistema unicamente proporzionale con preferenze); abolita l'immunità parlamentare (anche qui, andando contro la Costituzione), ecco morta la democrazia in Italia.
L'Armata Brancaleone messa a punto da Achille Occhetto - sicura di vincere le elezioni del 1994 - si trovò invece sbaragliata da Silvio Berlusconi - un imprenditore capace ma estraneo alla Storia ed alla cultura politica italiana - che legittimerà l'avvento dei postfascisti (solo di recente ripuliti da Gianfranco Fini) e dei leghisti di Bossi.
Da un sedicennio viviamo l'alternarsi governativo di berluscones, leghisti, giustizialisti e cattocomunisti riuniti in calderoni - non già più partiti - che sono dei veri e propri comitati d'affari senza peraltro alcuna "magistratura interna" come invece prevedevano gli statuti dei vecchi partiti della Prima Repubblica.
Ecco dunque la penatrazione, a livello nazionale e locale, di personalità dalla dubbia moralità - senza storia né cultura politica - a destra come a sinistra. Con l'unico interesse di arraffare e lucrare: a livello locale, forse ancor più che a livello nazionale.
Il tutto reso possibile dal fatto che non esiste più alcuna mediazione dei partiti (visto che non esistono più) o dei leader, che nei fatti sono investiti del loro ruolo unicamente "a furor di popolo" e non più dalla democrazia interna dei partiti.
Lo stesso sistema delle Primarie non è che una bufala che non fa che slegare i leader eletti (a "furor di popolo") dalla democrazia interna del partito. Un sistema che rende dunque questi leader ricattabili da qualsiasi lobby economica del territorio capace di garantir loro l'elezione (un po' come il "televoto" dei reality ottenuto per mezzo del pagamento dei call-center).
Nel 1993, paradossalmente, chi smascherò quel sistema di corruzione, fu Bettino Craxi (ma già negli anni '70 lo andavano denunciando i Radicali di Marco Pannella). E fu egli stesso che propose una riforma radicale che mettesse a nudo "chi finanziava chi", sul modello della democrazia americana. Lo proponevano anche i Repubblicani di La Malfa ed i Liberali di Altissimo.
Non se ne fece nulla. Nelle file cattocomuniste si preferì utilizzare l'arma giudiziaria.
E ci si ritrova oggi in una situazione peggiore, che solo un ritorno all'etica pubblica ed alla democrazia dei partiti potrebbe sanare.
Dubito ciò sarà purtittavia possibile in tempi brevi e con gli attuali leader politici. Nazionali e locali.


                                                                
Luca Bagatin





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POLITICA
3 marzo 2010
In Italia c'è una dittatura...
                     

Ancora una volta ha vinto, o sta per vincere, quell’Italia malata che antepone le regole al buonsenso o, meglio, che deve rispondere a regole prive di buonsenso. L’Italia dei mille uffici, dei mille cavilli, dei mille documenti, delle mille autorizzazioni, delle mille deleghe.

Una lista che era data dai sondaggi attorno al quaranta per cento dei suffragi verrà esclusa dalla competizione elettorale per refusi nella consegna di quei documenti che servono per presentare la lista stessa all’ufficio elettorale. Stessa cosa sembra star accadendo in Lombardia con il listino del candidato a governatore Roberto Formigoni. E stessa cosa è accaduta in diverse altre regioni per diverse altre liste e listini.

Non voglio soffermarmi tanto sull’incompetenza di coloro che, chiamati ad una responsabilità importante come può essere quella di avere fra le mani il destino di una lista maggioritaria, disattendono al loro compito in modo così infantile, perché sarebbe come sparare sulla croce rossa. Non intendo commentare gli appunti dei soliti complottisti che vedono nella bagarre una trama di questo o quel leader della maggioranza così come dell’opposizione.

L’aspetto che, secondo me, è degno di venir approfondito è l’immensità, la cavillosità, la licenziosità dei regolamenti che stabiliscono le norme per esercitare il diritto fondamentale di uno Stato democratico rappresentativo: il voto.

Presentazione di liste, raccolte di firme, preferenze, collegi, premi di maggioranza e premi d’opposizione, ripescaggi, ripartizioni di seggi, certificati elettorali, certificatori e certificanti e certificatari, scrutatori… Come tutte le cose importanti, il voto viene circondato di inezie che ne riducono l’importanza e che spingono molti cittadini e rinunciarvi.

E grazie a tutto ciò, nel 2010, alcune migliaia di cittadini non saranno messi nella condizione di poter votare il loro partito, il loro candidato.

Un regime totalitario non è solo quell’organizzazione che prevede un singolo o un gruppo di pochi detentore di tutti i poteri, ma anche quel sistema che non concede la libertà a tutti di esprimere le proprie idee, le proprie opinioni, le proprie convinzioni serenamente.

In Italia molte persone non potranno farlo. E infatti, in Italia, c’è una dittatura: non la dittatura del Diavolo Berlusconi, come piace latrare a molti, ma una dittatura più subdola, più meschina, più strisciante. La dittatura della burocrazia.

Quella burocrazia che ferma l’economia, decapita la libera iniziativa e distrugge la forma di governo per cui i nostri padri, i nostri nonni hanno lottato: la democrazia. Per cui non vado pazzo, ma alla quale non vedo alternativa.

Viva l’Italia,

Gianluca Olivero




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POLITICA
11 febbraio 2010
Aborto ed eutanasia: il dibattito
 Come si sa, le discussioni inerenti questi due temi si rivelano sempre spinose e possono dare il via a dibattiti interessanti, se condotti in maniera intelligente. Ho ricevuto un commento al mio articolo di ieri ("Aborto ed eutanasia", cfr.) che intendo pubblicare per iniziare un confronto produttivo. A breve la mia risposta.
                                                                                                          Gianluca Olivero
www.gianlucaolivero.wordpress.com

LA DIGNITA' UMANA NON DIPENDE DAL RICONOSCIMENTO ALTRUI, DALLA NOSTRA DEFINIZIONE DI UOMO
                                             DI "Gredase"               jacala@email.it

provo a smettere di digrignare i denti, ma sarà impresa ardua e chiedo perdono in anticipo se in fin dei conti a volte non mi riuscirà.

se è vero che la morte per il feto non è una tragedia poichè egli non ha capacità cognitive il problema che si pongono gli “antiabortisti” non è questo. faccio dei discorsi un po’ bassi ed esempi barbari per cercare di spiegarmi: a me non nteressa un granchè delle capacità di provare dolore di una gallina quando le tiro il collo, non mi astengo e non mi interessa un fico secco se essa prova dolore o se la morte le si para innanzi come una tragedia, non mi interessa la sua tragedia.
quindi il problema deve essere da qualche altra parte, non nelle capacità cognitive dell’altro. perchè i genitori dovrebbero tormentarsi per tutta la vita per una loro decisione che non ha provocato dolore a nessun altro, se non a loro? poi però magari gli stessi genitori non si preoccupano minimamente di mangiarsi una coscia di pollo.
il punto è che avvertono che quella cosa che hanno deciso di sopprimere non è una vita qualsiasi, ma è una vita umana, un essere individuale che ha una completezza in sè (anche la cellula della pelle è biologicamente umana ed essendo viva è una forma di vita umana, ma non è completa in sè, è un pezzo di un organismo non un organismo, il feto è un organismo umano sebben in una fase di sviluppo diversa da quella del bambino). per di più quella vita umana è loro figlio!
ed è questo il “cavallo di battaglia” di noi che divrignamo i denti contro l’aborto: può una definizione (feto, embrine, bambino, ragazzo, adulto, vecchio) mutare i diritti che ha quell’organismo nella sua essenza? noi crediamo di no, noi pensiamo che la vita umana intesa come organismo-individuo non possa valere più o meno a seconda della fase che sta attraversando che so perchè gli manca una capacità che avrà nella fase successiva o perchè gli è venuta meno. uccidere un uomo anziano in coma è un omicidio è per noi come uccidere un uomo nel fiore degli anni o un neonato. questo è il succo della questione: la vita umana ha una dignità indipendentemente dalla fase dello sviluppo in cui essa si trova, per noi le definizioni non sono in grado di mutare quella intrinseca dignità che appartiene all’uomo, la dignità umana NON DIPENDE DAL RICONOSCIMENTO ALTRUI, NON DIPENDE DALLA DEFINIZIONE DI UOMO CHE DIAMO.
molti citano hitler. spero di non fare confusione e di non far arrabbiare nessuno. cosa fece hitler? cambiò la definizione di uomo, o meglio ne affiancò ad essa delle altre. siccome uccidere degli uomini era anche per i nazisti qualcosa di poco corretto dissero che alcuni uomini non erano uomini ma sotto-uomini. così coi feti adesso nessuno si sogna di dire che siano qualcosa di non umano, bensì che siano qualcosa di umano ma al di sotto della soglia di uomo, i feti sono sotto-uomini. è questo quello che a volte diciamo, può non essere condivisibile, però è lo sviluppo logico delle premesse per cui tutti gli individui, e il feto è un individuo, hanno la stessa dignità. invece alcuni dicono che certi individui non hanno tale dignità o ce l’hanno più limitata.
alcuni sono uomini superiori altri uomini inferiori. ed è lo stesso discorso che ha portato e sostenuto la schiavitù, noi crediamo che sia stata la conquista dell’uomo moderno quella di ritenere pari in dignità tutti gli individui, da qui i pari diritti, da qui la democrazia. ecco perchè riteniamo un po’ pericoloso ammettere l’esistenza di sottouomini e questo solo perchè essi hanno una forma diversa dalla nostra.
inoltre noi non crediamo che alcun essere umano, salvo casi limite, possa disporre della vita di un altro. io non pèosso decidere per un altro, eppure lo si fa. questoper noi è il problema.
certo, altri diranno che la qualità di uomo non dipende dal fatto di essere un individuo vivente con un proprio patrimonio genetico, ma dipende dalla capacità di essere autonomi, di avere capacità ralazionale, di avere attività cerebrale, bene per noi tutte queste cose sono importanti, ma nessuna di essa per noi rappresenta l’essenza della umanità, semmai sono più la specificazione, il rivestirsi si una forma operativa dell’attività umana. noi non crediamo che un individuo abbia valore per le funzioni che riesce a svolgere o l’uso che ne può essere fatto in una società, per cui un essere senza funzioni per noi è un uomo. un bambino smarrito nella giungla anche se non ha relazioni umane è un uomo, un neonato anche se non è autonomo per noi è un uomo, per quel che riguarda le funzioni cerebrali esse fungono da elemento organizzante del tutto, ma il feto ha un altro elemento organizzatore, non è privo di un “centro”.

ma proprio per questo lo Stato, uno Stato democratico, non dovrebbe lasciare ognuno decidere secondo la propria morale, se la dignità umana fosse intrinseca e non venisse attribuita per legge lo Stato democratico non potrebbe ammettere che l’arbitrio di uno possa soverchiare il diritto dell’altro. perchè è questo che secondo me sfugge di tutto il discorso fatto da noi “antiabortisti”: il feto ha diritti suoi propri che gli derivano dal suo essere organismo umano e vivente, la morale altrui, qualunque essa sia, NON PUò annichilire questi diritti.

forse è meglio che mi fermi, non vorrei abusare dell’ospitalità




permalink | inviato da Gianluca Olivero il 11/2/2010 alle 16:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
POLITICA
10 febbraio 2010
Aborto ed eutanasia
                                                

In questi ultimi tempi stanno tornando in auge due grandi tematiche che, a ciclo continuo, si propongono e si ripropongono al grande pubblico dei mass media: l’aborto e l’eutanasia. Due tematiche scottanti che lasciano spazio a personalissime opinioni, in quanto riguardano quella sfera privata per la quale ognuno prova personalissime emozioni. Perché, parlando di questi argomenti, non è possibile effettuare analisi lucide ed argomentare secondo ragione, ma inevitabilmente il nostro pensiero sarà condizionato da sentimenti e sensazioni legati al nostro vissuto.

            Ed allora è facile che la discussione si trasformi in una grande cagnara, dove ognuno digrigna i denti e sostiene a spada tratta la propria tesi, convinto della sua sacralità. Senza ascoltare, senza pensare. Senza confrontarsi. Assumendo un atteggiamento dogmatico proprio delle religioni (Attenzione: anche certo laicismo è una religione, anche certo ateismo è una religione. La religione di chi odia la religione).

            Devo dire che su queste tematiche sono sempre stato molto combattuto, non sono mai riuscito a trovare una verità assoluta per cui digrignare i denti. E, dopo ore ed ore di meditazione e di discussione con gli amici ed in famiglia, sono riuscito a maturare un’unica convinzione: poiché non è possibile essere sicuri della bontà delle proprie opinioni, bisogna lasciare a ciascuno la possibilità di scegliere come comportarsi. Valutando caso per caso, appellandosi ai sentimenti e alla ragione di ognuno.

            Iniziamo a ragionare sull’aborto, partendo dal presupposto che ogni aborto è sempre una tragedia. Non tanto per il feto che non ha ancora quelle capacità cognitive che gli permettono di rendersi conto di star vivendo, quanto piuttosto per la madre e per il padre. Che si tormenteranno sempre, per tutta la vita, sulla bontà della loro scelta.

            Non esistono sostenitori dell’aborto. Eppure ci sono dei casi in cui l’aborto diventa una possibilità: basti pensare alle vittime di stupri o quando il feto (non ancora il bambino…) presenta delle malformazioni che possono compromettere le sue funzioni vitali. O quando i genitori non sono in grado di garantire al figlio una vita degna di essere vissuta.

            Bene, in questi casi l’aborto diventa una possibilità. E al genitore deve spettare la possibilità di decidere, assumendosi poi le responsabilità di tale scelta.

            Personalmente, non so se avrei mai il coraggio di interrompere una vita, anche se non ancora cominciata. Forse sì, ma mi auguro di non dovermi mai trovare ad effettuare una scelta del genere.

            Detto ciò, però, ho il coraggio di definirmi un sostenitore di quella legge che regolamenta l’aborto: innanzitutto perché elimina alla radice quell’orrore che è l’aborto clandestino e perché stabilisce un’assistenza, anche psicologica, per coloro che effettuano questa difficile scelta. Poi perché, in linea col mio pensiero libertario, si allontana da ogni moralismo di Stato e lascia ad ognuno la possibilità di decidere in base alla propria morale.

            Stessa cosa per quanto riguarda l’eutanasia: io sono un fiero sostenitore della libertà di decisione. Sono convinto che la vita ci appartenga e che noi abbiamo il diritto di disporne come più ci aggrada.

            Non credo che vorrei continuare ad essere tenuto in vita qualora, privo di ogni capacità vitale, mi trovassi attaccato a centinaia di macchine, bloccato in un letto e dipendente da sostanze chimiche che non curano, ma che alleviano solamente il dolore. La vita non sarebbe più Vita.

            Ma, comunque, è solo una mia opinione. Legittima. Come lodevole e legittima è la volontà di chi preferisce lottare, aggrappandosi con le unghie a quel barlume di speranza che ancora può esserci in una situazione simile.

            Aborto ed eutanasia sono due facce della stessa medaglia: è troppo difficile avere una verità fissa su di loro, perché ognuno ha una sua verità. Ognuno ha un suo pensiero, ognuno può prendere la propria decisione, valutate le varie possibilità e le condizioni. A patto, però, che sia data a tutti la possibilità di decidere.

Viva l’Italia,

                                                                       Gianluca Olivero




permalink | inviato da Gianluca Olivero il 10/2/2010 alle 21:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
POLITICA
1 febbraio 2010
Bettino ed io

                               

Il 19 gennaio 2000 avevo solo sette anni, non m’interessavo di politica, non aprivo i giornali se non quando li utilizzavo per non sporcare la scrivania mentre dipingevo con le tempere. Frequentavo da qualche mese la seconda elementare e da qualche mese era nata Aurora, la mia seconda sorellina.

La mia massima preoccupazione era il non riuscire ad imparare la tabellina dell’otto. O il dover giocare una partita a basket, cosa che ancora adesso non riesco a fare.

Guardavo la televisione molto di rado, preferivo riempire pagine e pagine di quaderni con disegni senza senso o con storielle divertenti. Ero affascinato dall’universo, dalle astronavi e dai pianeti.

Non ricordo esattamente come avevo trascorso la giornata, quel 19 gennaio. Ma ricordo il telegiornale di quella sera, che in via del tutto eccezionale mio padre aveva acceso mentre mangiavamo cena, una minestrina di verdura e qualche fetta di prosciutto.

Riesco ancora a rivedere nella mente le immagini di repertorio di un servizio: c’era un uomo robusto con due occhiali enormi ed un’ottima cravatta rossa che parlava dai banchi del governo ad una camera del Parlamento mezza vuota. Si dava notizia della sua morte.

Mi dispiacque subito. Il suo viso mi aveva trasmesso una simpatia istantanea.

Il giorno dopo, a scuola, forse per perdere tempo durante la lezione di matematica, chiesi alla maestra chi mai fosse stato Bettino “Crapsi” (lo pronunciavo così…) e che cosa avesse fatto di così importante per venire trasmesso in televisione. Quella simpatica signora, oggi già in pensione, che tanto mi ha insegnato e che tanto mi ha fatto patire, rispose:”Era un ladro, Gianluca. Un ladro che è scappato in Tunisia per non venire arrestato”. Ci rimasi un po’ male, ma me ne dimenticai presto.

Il 2001 è stato l’anno della mia scoperta della politica. Ricordo la campagna elettorale per le elezioni del Parlamento. E ricordo l’affascinante figura di quell’uomo un po’ pelato e non molto alto che aveva avuto la brillante idea di firmare un contratto d’impegno con gl’Italiani. Amai subito Berlusconi, ero colpito dal suo eloquio, dal suo sorriso perenne, da quell’ottimismo che sapeva sprizzare da tutti i pori. Poi, perdio, era il presidente del Milan!

Ed iniziai ad informarmi su quello che accadeva nelle alte sfere dello Stato. Ricordo il primo comizio a cui ho preso parte e ricordo quando, il giorno stesso in cui compii quattordici anni, mi feci portare nella sede provinciale di Alleanza nazionale per prendere la mia prima tessera di partito. Allora ero ben lontano dal definirmi socialista, a Bettino “Crapsi” preferivo Almirante e Tatarella.

Un pomeriggio, però, mentre discutevo sulla storia tutta italiana del MSI con mio zio Carlo, l’uomo che mi aveva avvicinato agli ambienti della Destra sociale, venne citato il concetto di “socialismo tricolore”. Concetto che m’incuriosì e che mi spinse ad effettuare alcune ricerche.

Il passo dal socialismo tricolore a Bettino Craxi fu breve. Specialmente perché le sue idee riformiste di promozione dei meriti e di soddisfazione dei bisogni per tutti ben si sposavano con il ruolo sociale che attribuivo allo Stato.

Fu così che venni conquistato, da piccolo “italianissimo” come amavo definirmi, dalla figura di Bettino. Lo riscoprii.

All’inizio m’incuriosiva solamente, io che sono sempre stato attratto dai “banditi” (nel senso etimologico dei tempi…), dagli untori, dalle streghe arse nei roghi, dalle vittime del furore della piazza. E mi commossi, lo confesso, quando mi fecero guardare un video sull’episodio dell’hotel Raphael, il famoso lancio delle monetine (quella folla che sventolava banconote da mille lire e cantava “Vuoi pure queste? Vuoi pure queste? Bettino, vuoi pure queeeeste?”…).

Intanto, ho iniziato a frequentare il Liceo scientifico più per volere dei miei genitori che per vera e propria vocazione. È iniziato il periodo delle prime storie d’amore finite male, delle serate al pub, delle notti in discoteca, degli investimenti in Borsa.

Ma la passione per la politica non mi ha abbandonato.

Ed è da alcuni anni che scrivo articoli per giornali politici e locali, intrattengo corrispondenze, partecipo a riunioni politiche. Ma soprattutto cerco di formarmi, di studiare, d’informarmi per avere una visione sempre più aperta e meno ideologica del mondo.

E così ho iniziato ad analizzare l’operato di Bettino come uomo politico, segretario, uomo di governo. E l’ho apprezzato.

Craxi ha saputo incarnare una ventata di cambiamento, di riforme, di volontà di fare. Di tentativo di liberare l’Italia dal giogo delle burocrazie e dei poteri forti per spingerla sempre più verso l’Europa e verso quella collocazione geopolitica che è nella sua natura di penisola: il Mediterraneo. Di lotta per la libertà degli oppressi. Di carattere e di orgoglio.

Ogni tanto, ancora oggi, mi chiedo quali traguardi avrebbe raggiunto l’Italia se non fosse scoppiato lo scandalo di Tangentopoli. Se una magistratura interessata non avesse falcidiato un’intera classe politica per spianare la strada ad alcuni personaggi demagogici e privi di scrupoli, da sempre schierati dalla parte dei poteri forti e delle grandi lobbies conservatrici. Se non si fosse aperta una stagione d’odio, populismo, processi pubblici portati a termine più in piazza che in tribunale.

Sì, perché gli strascichi di quell’epoca non ancora lontana influiscono fortemente sulla politica odierna. E, ad oggi, non si è ancora raggiunta quella lucidità storica adatta per effettuare un’analisi puntuale. Esistono ancora troppi pregiudizi, troppe idee precostituite, troppe opinioni non supportate da alcuna evidenza, troppi sospetti, troppe illazioni. E un velo d’ipocrisia ancora ricopre coloro che affrontano questo argomento. Un’ipocrisia più che mai viva nell’anniversario del 19 gennaio: continue riabilitazioni, continue lodi di comodo, continui ragionamenti vacui ed interessati da parte proprio di coloro che grazie a Mani Pulite hanno ottenuto considerevoli vantaggi.

***

Sto vivendo un periodo triste della nostra storia. Un momento in cui si sta perdendo la fiducia per tutto, non si hanno più certezze né prospettive. Un momento in cui lo scenario politico è profondamente confusionale, le masse si lasciano trascinare verso la “protesta senza proposta”.

Il clima d’odio non ha ancora abbandonato l’Italia, anzi viene continuamente rinvigorito da coloro che intendono cavalcare la sua onda lunga.

Sì, perché quell’odio che costrinse Bettino alla fuga è ancora vivo e si sta insinuando sotto varie forme nel pensare comune: dall’odio politico a quello religioso, dall’odio per il diverso all’odio per chi non ha i nostri stessi gusti.

Un odio che deve essere superato se si vuole costruire qualcosa di nuovo. Un odio che deve abbandonare la nostra storia, permettendo così una riflessione profonda ed accurata sulle tematiche più controverse. Un odio che venga incanalato solamente contro l’oppressione, l’ingiustizia, la discriminazione, il dogmatismo, i pregiudizi, gl’interessi particolari. E che lasci spazio alla ragione.

Ed intanto, aspettando questa inversione, spero nel futuro. E mi concentro sul passato, cercando di imparare dagli errori che, inevitabilmente, sono stati commessi, per fortuna, da altri.

Ed intanto, aspettando questa inversione, continuo a credere nei sublimi principi del socialismo liberale e a vedere in Bettino Craxi una figura da cui prendere esempio per il mio cammino politico.

“La mia libertà equivale alla mia vita”- B. Craxi

Gianluca Olivero




permalink | inviato da Gianluca Olivero il 1/2/2010 alle 12:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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